I Predatori

Pierpaolo è un medico sposato con Ludovica, affermata regista. Il loro figlio Federico è un laureando in filosofia tiranneggiato da un barone universitario che gli preferisce qualunque altro studente. Le loro vicende si incrociano con quelle di Bruno, primario amico di Pierpaolo, e di sua moglie Gaia, nonché con quelle di Claudio e Carlo, due fratelli che gestiscono un’armeria e fanno parte di un gruppo neofascista. Completano il quadro le moglie i figli di Carlo e Claudio, e un sulfureo personaggio che resterà (di fatto) innominato e che compare solo all’inizio e alla fine.

Alla sua prima prova dietro la cinepresa Pietro Castellitto, figlio di Sergio e di Margaret Mazzantini, butta decisamente il cuore oltre l’ostacolo e si cimenta in una storia corale assai complessa, commettendo uno degli errori classici del neoregista: mettere troppa carne al fuoco.

La storia, scritta dallo stesso Pietro, segue innumerevoli linee narrative che si intersecano in modo rocambolesco (e abbastanza improbabile), regalando ai suoi personaggi una mole imponente di dialoghi, a volte anche divertenti, che però generano un accumulo poco funzionale alla storia.

Il registro è quello comico-grottesco che ha reso grande molta commedia all’italiana, e a Castellitto va riconosciuto il coraggio di misurarcisi a testa alta, circondandosi di un cast di caratteristi competenti, spinti però a recitare sopra le righe secondo le direttive del regista-sceneggiatore. Le interpretazioni migliori, per contro, sono quelle di Marzia Ubaldi, Liliana Fiorelli e soprattutto Giulia Petrini, proprio perché privilegiano il sottotono e rinunciano agli istrionismi per lasciar trapelare un dolore autentico e una maggiore riconoscibilità umana.

La cinepresa invece “stroppia” cercando inquadrature sì interessanti, ma non necessariamente funzionali alla trama: primissimi piani, tagli dall’alto e dal basso, un piano sequenza iniziale, schermi negli schermi, e via elencando. Tutte scelte che mostrano l’abilità tecnica del regista, ma interferiscono con la narrazione invece di assisterla. Meno “vezzi autoriali” avrebbero giovato maggiormente al risultato finale, che mostra una vena lunare interessante consona al Castellitto attore, che pare uscito direttamente dal cinema muto (ed è un pregio, sia chiaro).

Anche il contrasto sociale fra i due gruppi di personaggi – gli altoborghesi e i coatti – tracima per esagerazione, soprattutto quando si tratta di dipingere le due famiglie bottegaie e destrorse. Spesso ci si domanda chi siano quei personaggi, e quanto il regista davvero li conosca: il risultato è che appaiono più maschere che persone, il che in ambito di commedia non sarebbe un difetto, se il registro fosse uniforme. Invece a fianco delle “caricature” ci sono esseri umani meno stereotipati. Il più funzionale alla trama è il bravissimo Dario Cassini nel ruolo di Bruno, proprio perché la sua maschera tragicomica è dichiaratamente fasulla e ostentata.

Pietro Castellitto ha avuto il buon senso di circondarsi di ottimi tecnici e, come già detto, ottimi attori. Quel che gli è mancato, forse, è un accompagnamento produttivo più disposto ad arginare la sua effervescenza, fatale se si vuole creare un primo film solido e coerente. Lo aspettiamo alla seconda prova, in cui potrà scremare il suo entusiasmo e scegliere una maggiore sobrietà estetica e narrativa.